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Nonostante la mobilitazione internazionale e gli sforzi per contenerla, l’epidemia nell'est della Repubblica democratica del Congo non è ancora sotto controllo. La propagazione del virus è favorita anche da ignoranza e diffidenza di parte 1 ebola congodella popolazione, e dall’isolamento in cui molti vivono.


Continua a propagarsi l’epidemia di Ebola nell’area nordorientale della Repubblica democratica del Congo ed è giunta a lambire anche la città di Goma, un milione di abitanti, al confine con il Rwanda. L’allarme viene dalla Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che il 17 luglio scorso ha dichiarato Ebola una emergenza sanitaria internazionale. L’epidemia si è diffusa in cinque distretti sanitari del Nord Kivu e in un altro nella regione dell’Ituri.
Dal 1 agosto 2018, quando furono registrati i primi casi a Mangina, nel Nord Kivu, le vittime sono salite a 1.800, di cui circa 1.000 solo negli ultimi quattro mesi, con una media di una decina di morti al giorno. «Ma le cifre andrebbero triplicate. Sono più affidabili di quelle ufficiali perché testimoniate da infermieri e operatori sanitari sul campo», sostiene il comboniano padre Eliseo Tacchella, all’attivo 30 anni in Rd Congo, che il maggio scorso si è recato in visita alla parrocchia di Mutembo nel Nord Kivu dove ha svolto il suo servizio per anni.
L’Oms è intervenuta con significativi mezzi e personale specializzato, ha fatto vaccinare 180mila persone e ottenuto la guarigione di 770 pazienti, ma non è riuscita finora a debellare il flagello. Tra gli ostacoli principali c’è la diffidenza della gente locale nei confronti degli operatori sanitari che provengono dall’esterno. La situazione è più preoccupante nelle zone rurali dove, in villaggi sparsi nella foresta con un’alta incidenza del virus, gli abitanti sono arrivati anche a respingere personale medico sanitario accusato di essere portatore dell’epidemia. Ci sono stati addirittura 132 casi di aggressioni contro operatori addetti all’assistenza sanitaria venuti dall’esterno. Perché questo paradosso?
«Dal 2013 la popolazione del Nord Kivu vive in completa insicurezza, attaccata ripetutamente da milizie armate che hanno seminato la morte di oltre 4mila persone e distrutto villaggi interi», spiega padre Tacchella. «In questi anni la gente si è sentita totalmente abbandonata dal governo centrale che non ha fatto nulla per proteggerli. Come mai solo ora si è deciso a intervenire? Per questo la gente diffida di medici e operatori sanitari esterni, ritenuti complici di una strategia per diffondere il virus e completare l’opera di pulizia etnica iniziata con i massacri per mano delle milizie armate». 
«Perché la gente giunga a superare diffidenze e pregiudizi è necessario che siano formati infermieri e medici locali. È la proposta emersa da incontri con leader ecclesiali mentre ero in visita a Butembo nei mesi scorsi», aggiunge padre Tacchella.
La Chiesa cattolica si è mobilitata fin dall’inizio per sostenere una campagna di informazione corretta al fine di prevenire il contagio - il virus si trasmette per contatto con fluidi corporei, non via etere - e sfatare ignoranza e mentalità superstiziose. Secondo alcuni sondaggi un quarto della popolazione ritiene che Ebola non esista, mentre altri sono ancora convinti che l’infezione sia frutto di stregoneria.
Nella sua lettera pastorale Famiglia senza Ebola, il vescovo di Beni-Butembo mons. Sikuli Paluku Melchisédech, invita la gente a “proteggersi per proteggere il vicino e la comunità intera”, a non recarsi da medici tradizionali per guarire dall’Ebola ma di farsi curare in ospedale e nei centri sanitari appositi. Sollecita a rispettare norme igieniche di base come per esempio a lavarsi le mani prima di entrare in chiesa, servendosi dell’acqua nei mastelli davanti alle porte di ingresso e vieta lo scambio di pace durante le celebrazioni.
da Nigrizia

Tags: Congo, Salute

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