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Una decisione che arriva dopo che il regime eritreo, a giugno, aveva preso in consegna i dispensari medici cattolici. Una vendetta per la lettera pastorale di denuncia dei vescovi letta in occasione della Pasqua. st joe keren
La pace con l’Etiopia non ha cambiato la realtà di Asmara.


Il 12 giugno scorso il governo eritreo ha chiesto alla Chiesa cattolica la consegna delle sue strutture sanitarie. Ieri mattina le autorità locali hanno preso il controllo di 7 scuole secondarie gestite da organizzazioni religiose. Un ordine imposto, stavolta, non solo alla Chiesa cattolica ma anche ad altri gruppi cristiani e musulmani. La misura è stata giustificata dalle autorità facendo riferimento alle norme costituzionali introdotte nel 1995, che limitano le attività degli istituti religiosi che devono passare sotto lo stato.
In realtà il decreto del 1995, mai entrato in vigore, è sempre stato contestato dalla Chiesa cattolica. In seguito alla chiusura dei dispensari, i vescovi scrissero una lettera  alla ministra della sanità, Amna Hussein, nella quale hanno sottolineato come già nel 1995 spiegarono alle autorità che, per la Chiesa cattolica, l’azione pastorale non può prescindere dall’azione sociale in favore degli ultimi. E che per questo, non si sarebbero certamente fatti rinchiudere nei conventi.
Ma, stavolta, si attende anche la reazione delle altre confessioni religiose. In modo particolare dei mussulmani.
La scelta di chiudere prima le strutture sanitarie e ora le scuole va a colpire direttamente la popolazione più povera e che frequenta quelle realtà religiose. Ma è una scelta che si inserisce in una politica del regime volta a attutire tutte le pur minime conquiste della gente ottenute dopo la “riappacificazione” con l’Etiopia. L’illusione delle frontiere aperte è durata un attimo. Ora sono richiuse e si può raggiungere Addis Abeba solo con l’aereo. E anche la politica repressiva si è fatta più intensa. Non solo all’interno dei confini, ma pure all’esterno.
Molti analisti e giornali internazionali come la Bbc, collegano le disposizioni adottate dal regime di Afwerki alla lettera pastorale dei vescovi letta nelle chiese in occasione della Pasqua. Lettera che richiamava il governo al dovere della riconciliazione nazionale. «Ormai da più di un secolo il popolo eritreo vive lontano dalla normalità di una vita che si possa definire minimamente stabile e serena e da sostenibili livelli di sviluppo nazionale. Ancora tanti fratelli e sorelle lasciano questo mondo vittime dell’esilio e di mille altre traversie. Poiché nessun serio rimedio è stato messo in atto, la massiccia fuga umana verso l’estero prosegue tuttora senza soluzioni di continuità. In quanto capi religiosi, rimaniamo sempre nella più assoluta disponibilità ad offrire il nostro contributo… per un globale piano di Pace e riconciliazione nazionale».
Parole nette che non sono state affatto digerite da Afwerki e dai suoi sodali di regime. Una vendetta, la loro, che ha messo in allarme i vertici della Curia romana che, temendo una recrudescenza dell’azione politica del governo nei confronti delle persone e delle strutture cattoliche in Eritrea, hanno sollecitato, anche gli organi di informazione, a praticare la prudenza nella denuncia.
da Nigrizia

Tags: Eritrea, Società, Politica, Chiesa e Missione

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