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"Se non si comprende la nostra relazione con la natura, non si potranno prendere decisioni adeguate". Così Patricia Gualinga, attivista del popolo Sarayaku che combatte contro i giganti del petrolio in Equador, intervistata da Nigrizia. chevron ecuador


Patricia Gualinga, attivista dell’Amazzonia ecuadoriana, è una delle donne coraggiose che da anni si oppongono all’appropriazione indebita delle terre di proprietà degli indigeni e alle estrazioni petrolifere ad opera delle grandi patricia gualingacompagnie. È tra le 35 donne che stanno partecipando al Sinodo per l’Amazzonia e nell’intervista rilasciata a Nigrizia ci porta la voce delle comunità Kichwa di Sarayaku.

Patricia, ci racconti la realtà del suo popolo, i Sarayaku

Il nostro è un popolo di circa 1.250 abitanti, ci sono sette comunità. Ed è un popolo che non accetta le imposizioni. Abbiamo lottato e ottenuto dei risultati importanti, come quelli raggiunti nel 2003 quando ci siamo appellati alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che nel 2012 si è espressa in nostro favore sul progetto petrolifero che aveva distrutto parti della nostra terra.
La nostra battaglia è ancora in corso, nel senso che per noi mancano alcuni punti fondamentali, come il consenso preventivo, libero e informato delle comunità e quindi il coinvolgimento, sin dall’inizio, nella fase decisionale. Altra questione è la tonnellata e mezzo di esplosivo presente nel terreno, che sarebbe dovuto servire per la fase esplorazione mineraria e che il governo si rifiuta ancora di rimuovere, come invece aveva stabilito la Corte.
Stiamo parlando di un territorio di 135mila ettari e le nuove concessioni del governo alle imprese multinazionali sono molto preoccupanti perché nell’aria e nei fiumi non ci sono frontiere e la contaminazione può raggiungere le nostre abitazioni. Ovviamente, noi manteniamo ferma la nostra posizione e diciamo no alle industrie del petrolio. I popoli indigeni hanno tutto il diritto di difendere la vita, di non far violentare le terre e i diritti dei nostri figli e delle nuove generazioni.

Quali sono a suo avviso le proposte alternative all’attuale modello economico, basato su combustibili fossili?

Anche se non è il nostro ruolo dare soluzioni alla crisi che hanno provocato i responsabili del governo, sicuramente ci sono delle proposte. Potremmo, ad esempio, far conoscere agli altri il modo corretto di relazionarsi con la natura e con la madre terra. Ritengo che sia un punto fondamentale, perché se non si comprende la nostra relazione con la natura, non si potranno prendere decisioni adeguate.
In secondo luogo, il nostro popolo ha lanciato la proposta della “selva vivente”, chiedendo al mondo di riconoscere il fatto che la natura è un essere vivente e consapevole, pertanto soggetto di diritto. Questa proposta, che ha cominciato a circolare fortemente in diversi congressi mondiali, alle Nazioni Unite e alle diverse Cop, rappresenta la parte più sacra e l’essenza della conoscenza del popolo indigeno: ci sono delle foreste primarie, vive, che potrebbero avere la soluzione a questa crisi climatica globale.
Ci sono poi sufficienti studi scientifici che dimostrano come esistano varie alternative al petrolio. L’Ecuador, ad esempio, è una terra di vulcani. E si parla molto dell’energia del mare e del sole. Potremmo utilizzare tutte queste fonti. Non credo ci sia una sola soluzione, è impossibile in un mondo come il nostro. Invece, esistono più soluzioni che possono davvero minimizzare questo impatto che sta portando al caos nella nostra terra.

In questi giorni risuona forte la frase “tutto è collegato”. Perché in molti fanno ancora fatica a comprenderlo?

È vero, questa frase risuona molto forte qui al Sinodo e sono contenta che Papa Francesco, pur non essendo amazzonico e non avendo vissuto in Amazzonia, abbia avuto il cuore così aperto per ascoltare l’Amazzonia. Forse gli altri non vogliono ascoltare perché si romperebbe il paradigma con il quale sono stati cresciuti ed educati. Ma credo che sia arrivato il momento di convertire il loro cuore di pietra, perché sta facendo molti danni a loro e a tutta l’umanità.

Com’è possibile creare coscienza nella cittadinanza globale?

Io credo che i giovani si stiamo già muovendo in tal senso. Quelli che non vogliono capire, forse, sono i governanti, che in realtà per la loro età dovrebbero intendere facilmente. È opportuno che queste personalità ascoltino i loro nipoti. Ad esempio Greta Tumberg, pur essendo solo una ragazzina, è riuscita a coinvolgere milioni di persone. Sta chiedendo rispetto per il suo futuro, per il pianeta e di non lasciarle un’eredità disastrosa. Il suo è un messaggio molto chiaro.
C’è una parte del Vangelo che dice “se questi taceranno, grideranno le pietre”. I nostri bambini hanno già cominciato a gridare e credo che sia il momento in cui i padri debbano davvero ascoltare i figli. Questa è la vera speranza. I padri sono cresciuti in un’epoca in cui hanno creduto che la natura si poteva usare e gettare a loro piacimento, mentre i figli sanno che non possono continuare così. Ed è interessante che anche la nostra conoscenza ora viene rispettata. Perché tutto quello che stanno dicendo oggi gli scienziati, i nostri saggi lo dicevano da molto tempo.

Crede che questo Sinodo possa portare passi concreti per il futuro?

Sicuramente si porta avanti un dibattito. Ci sono persone che hanno idee diverse dalle nostre però in molti sono convinti che si possa generare il cambiamento. È un passo molto importante perché, anche in coloro che non sono convinti, può nascere un dubbio che permette loro di approfondire la questione. In passato, ad esempio, c’era il preconcetto che eravamo dei pagani e molte volte il popolo indigeno è stato catalogato dalla Chiesa in diverso modo.
Era addirittura in discussione se avessimo un’anima o no. Poi si è deciso che potevamo averne una anche noi. Ora è il momento che decidano che la presenza di Dio è in tutti i luoghi e non solo in Vaticano. È nella natura, nel fiume, nei popoli indigeni. Nessun uomo è padrone di Dio perché lui sa quello che fa e come deve farlo. E le cose saranno così come il Creatore vorrà disporle.
da Nigrizia

Tags: economia, ambiente, Non solo Africa, Diritti umani

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